Una recensione in 500 parole: Malacqua, di Nicola Pugliese, Tullio Pironti Editore, Napoli, 2013.

‘Caro Calvino il libro è questo, se lo vogliamo pubblicare lo pubblichiamo, se no, grazie lo stesso, non fa niente, ci salutiamo e basta’.
Un discorso del genere non lo fa Jep Gambardella, il personaggio del film di Sorrentino, ma Nicola Pugliese, autore di Malacqua, libro che uscì nel 1977 per l’Einaudi.  Nicola Pugliese, di professione giornalista, in vita non ha mai più voluto ripubblicare il suo romanzo. Strano e singolare destino, il suo; autore di un unico romanzo apprezzato da tutti, non ha mai inseguito il successo o la notorietà. Lui, che avrebbe potuto, invece si è soffermato  sull’inutilità di certe cose e di certi eventi, e su di essi non ci ha giocato, ci ha costruito una vita.  Appena andato  in pensione lasciò la  sua abitazione di via Petrarca a Napoli, da dove si gode il panorama più bello del mondo, per andare a vivere (lì è poi morto nel 2012) ad Avella, ‘due piazze e otto bar’, all’uscita di Baiano,  sull’autostrada che porta ad Avellino (con tutto il rispetto). Questo per stare vicino a sua figlia, unica come il suo romanzo, che da quelle parti, diventata donna, si era stabilita. Si può ben dire, allora, che Jep Gambardella è un epigono di Nicola  Pugliese, come lo è anche del suo alter ego che nel romanzo si chiama Andreoli Carlo. Malacqua è un romanzo solido, compatto, intrigante e sostanzioso. Scritto in una lingua efficace e appassionata, a tratti sperimentale senza esagerazioni, anzi,  assolutamente moderna. Una lingua vivace e  complessa quanto basta. Il  libro parla   di quattro giorni di pioggia nella città di Napoli. Di una pioggia  che sembra non debba finire mai e che porta con sé le conseguenze di  crepe e crolli,  smottamenti e morti; ma la storia è anche riempita di eventi strani, di marca fantastica e misteriosa: bambole parlanti con vestitini a fiori, e monete che suonano ma la musica la sentono  solo le bambine.

Tutto il romanzo, poi, è attraversato da un excursus nei pensieri della gente comune. Pensieri  che  raccontano vite lontane, perdute, inimitabili, uniche: la trasposizione cinematografica di questo flusso di pensieri lo avremmo visto, appena qualche anno dopo, in un film di  Wim Wenders.
Ma torniamo al libro e facciamo un solo esempio: il quarto giorno di pioggia (il libro è diviso in quattro capitoli che corrispondono ai quattro giorni di pioggia), è il racconto del risveglio e del rito della barba del giornalista Andreoli Carlo. Mentre il racconto scorre, spiegando tutte le fasi della rasatura, per quaranta pagine, i pensieri del protagonista si fondono e si confondono con quelli di persone che si interrogano sul senso della vita, della loro vita: c’è l’impiegata delle poste in crisi coniugale, c’è l’indecisa segretaria-amante  dell’avvocato che sogna di cambiare vita, e c’è il fruttivendolo che non ce la fa più e che vorrebbe tornare a vivere nel tranquillo  paese da dove è partito. Ma al centro c’è sempre questa pioggia incessante che non smette, monotona e persistente, che innesca la sensazione che qualcosa dovrà  accadere  (ma  che non accadrà), un’attesa infinita e inutile.
Si tratta di un libro fuori dal comune, fuori dalle mode, fuori  dai canoni, come solo forse gli anni settanta avrebbero potuto concepire. Ma non è affatto un libro superato, anzi. La sua potenza dopo quasi quarant’anni è intatta:  riesce a catturare e ad essere dirompente quanto basta.

Italo Calvino disse allora che la lettura degli episodi di Malacqua lo avevano trasportato, messo di fronte  all’essenza stessa del racconto, del raccontare. E, leggendolo, sembra proprio che così sia.

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