Intervista a Enzo Spaltro di Francesco Di Lorenzo
Caro Spaltro, possiamo cominciare
questa intervista col discutere assieme il ricordo che Lei ha delle scuole che
ha frequentato? In complesso come le valuta?
Piuttosto bene, nonostante le arrabbiature e le frustrazioni
spesso inutili. Perché il mio ricordo della scuola è legato all’emozione
dell’imparare, al sentire che ci sono cose che non sapevo e che poi sapevo; è
legato all’incantesimo del vedere le speranze che si realizzano, ai pensieri
che diventano realtà; è legato al sentimento di me stesso che crescevo e potevo
progettare e prevedere il futuro. Tutto il mio ricordo delle scuole che ho
frequentato è intriso di questa meraviglia del futuro che qualcuno mi aiutava a
conoscere e costruire. È pieno della meravigliosa solitudine dell’imparare cose
impreviste e dell’improvvisa straordinaria rivelazione della realtà dentro e
fuori di me. Per questo valuto piuttosto bene le scuole che ho frequentato.
Lei ricorda un insegnante in
particolare della sua vita scolastica, e se sì, per quale motivo lo ricorda?
Ricordo due insegnanti in particolare: il maestro della
quarta e quinta elementare e il mio professore di filosofia della seconda e
terza liceo. Il mio maestro si chiamava Cicardi. Il nome non me lo ricordo più.
Si vestiva bene, e mi dava fiducia per questo. Io avevo otto anni quando l’ho
conosciuto e lui mi faceva fare delle strane cose, così a me perlomeno
sembravano. Però era vestito bene, aveva la cravatta e questo mi dava fiducia. Era
una persona seria. Non me lo ricordo che rideva. Me lo ricordo attento. Si
ricordava di me, delle cose che gli dicevo. Con lui avevo un nome. Lui mi aveva
detto che ero bravo e che scrivevo bene. Ed io me lo ricordo e se sto scrivendo
questo lo devo anche a lui. Mi chiamava Enzo.
Il mio professore di filosofia si chiamava (anzi si chiama
perché è ancora vivo e attivo) Dino Formaggio. Ci portava a fare delle gite. È
stato anche preside della Facoltà di Psicologia dell’Università di Padova per
molti anni. Io l’ho rivisto qualche volta. Da lui ho imparato sia le canzoni
partigiane, sia l’amore per la psicologia, sia la tendenza a fare da me.
Mi ricordo di
lui perché era giovane e cercava di fare il coetaneo e durante tutta la mia
vita io ho insegnato tendendo a fare il coetaneo dei miei studenti. Lui diceva
ad ogni studente di fare una lezione su un tema filosofico. A me toccarono
Martin Lutero e Baruch De Espinoza. La scelta fu casuale, la conseguenza no.
Due pensieri, Lutero e Spinoza, che mi hanno accompagnato sinora come capacità
di rivolta e come capacità di dissimulazione scientifica della mia propria
ideologia.
Ricordo le
discussioni con i miei compagni sull’idea di “sostanza” e di “attributo” in
Spinoza, e il viso sorridente di Dino Formaggio che circolava attorno a tutti
noi. Anche per lui il ricordo riguarda la fiducia che mi diede, facendomi fare
lezione. Ricordo l’emozione di essere dietro la cattedra, la paura di essere
sfottuto dai miei compagni, che invece sentitamente mi ascoltarono. E così cominciai
a sentire la mia voce, mentre parlavo agli altri. Avevo sedici anni e senza
accorgermene, stavo orientandomi ad insegnare anch’io.
Qualche tempo fa il professore
Cesare Scurati in un articolo scrisse che le emozioni e le relazioni hanno la
stessa importanza dei contenuti. E come si insegna italiano, matematica,
inglese, così forse sarebbe utile insegnare anche amore, odio, rivalità.
Secondo Lei di che cosa si tratta: di un segnale, di un’apertura o di una voce
inascoltata?
Non so.
Forse la distinzione di Scurati è quella tra processi e contenuti, in cui i
processi sono il modo e i contenuti l’argomento del comunicare. Si parla molto [e
poco si fa!] dell’imparare ad imparare e dell’insegnare ad insegnare.
Occorrerebbe incrociare i significati e parlare di imparare ad insegnare, oltre
che di insegnare ad imparare. Più che insegnare amore, odio o rivalità
occorrerebbe imparare a trattare queste emozioni. Il punto centrale, a cui
forse alludeva Scurati, è che oggi l’accento della pedagogia è passato dall’insegnamento
all’apprendimento e che i due fattori non sono né simmetrici, né contemporanei.
Certamente è importante considerare le emozioni come energia psichica.
Certamente è un segnale dare importanza alle relazioni, che sono i contenitori
di energia psichica verso gli oggetti d’amore dei soggetti. Non vi può essere
apprendimento senza oggetti d’amore. E questi ultimi svaniscono senza relazioni
che trasportano energia dei soggetti. Né è possibile alcuna trasmissione
(relazione, comunicazione, ecc.) senza soggetto. Chi impara è il soggetto e se
quest’ultimo non esiste, come può imparare? Il soggetto produce energia e la
convoglia verso oggetti d’amore che gli procurano benessere.
Io credo che per
passare da un’affermazione teorica, come quella sull’importanza delle
relazioni, a una deduzione operativa, occorre ricordare che l’allievo [cioè
tutti noi!] è un soggetto, cioè un progettista di benessere che usa la sua
energia psichica trasferendola su oggetti d’amore (interesse, aggressività,
ecc.). Così facendo costruisce realtà sociale e ricchezza mediante relazioni
che creano campi sociali, potere, cambiamenti e nuove relazioni per nuovi
oggetti d’amore (amici, nemici, ecc.), sino a un circolo virtuoso di produzione
di ricchezza psichica e di benessere soggettivo. Tutto ciò rinforza il soggetto
che produce sempre più energia e oggetti d’amore variabili, e che ha sempre più
bisogno di relazioni nuove, di processi e di modi diversi più che di contenuti,
di oggetti d’amore fissi e di relazioni, processi e modi noti, riconosciuti o
accreditati.
Sul supplemento di ‘Le Monde’ (di qualche tempo fa) dedicato alla pedagogia, si invocava il ritorno
all’immaginazione, alla creatività–spontaneità–espressività, come libera
estrinsecazione delle potenzialità umane, per contrastare gli eccessi del
sapere formalizzato, programmato, predeterminato. Oltre al chiederle che cosa
ne pensa, vorrei anche la sua opinione sul perché un’affermazione del genere la
facciano gli intellettuali francesi e non gli italiani. È un sintomo, vuol significare
qualcosa o è tutto normale?
Ma anche gli
italiani, oltre agli intellettuali di tutto il mondo occidentale, invocano da
anni il ritorno all’immaginazione e alla creatività. Però si tratta di
invocazioni farisaiche. Praticamente chi invoca vuole affermare se stesso,
vuole imporre se stesso, come si vede bene quando la creatività diventa
devianza. L’intellettuale è un ortodosso. Il resto è eresia. In Italia gli
intellettuali di sinistra invocano l’immaginazione, la spontaneità,
l’espressività, ma questo per loro stessi. Il deviante avversario politico
viene considerato scemo, matto ed eretico. Questo vale per gli intellettuali
della destra, del centro e della periferia. Non ci sono i cattivi che non
permettono ai buoni di esprimersi. Non ci sono i francesi che capiscono e gli
italiano no. Ci sono gli interessi, i privilegi, spesso più immaginari che
reali, di fronte a cui franano le idealità più raffinate. Il mondo diventa una
grande assemblea di condomini in cui lo scopo di ciascuno è evitare che si pianti
un chiodo sul proprio terrazzo o che si dipinga di blu un qualcosa che si
vorrebbe rosso. Il dominio non vuole creatività, vuole solo osservanza. E per
un piccolo privilegio non vale né immaginazione, né spontaneità. Pensate a
Carmelo Bene, a Fernando Pessoa, a Vincent
Van Gogh e all’infinita serie di devianti che ancora oggi non riescono
ad esprimersi.
La scuola ha una
grande responsabilità nella perpetuazione di questo modo di fare. La scuola
ortodossa, statale, centrale, dei concorsi, degli insegnanti, dei programmi,
degli stipendi da fame, dei buoni sudditi, fedeli ascari del potere vigente; la
scuola che non riesce ad affrancarsi dalla tentazione di controllare tutto e
che in realtà non controlla più niente; la scuola che pensa ancora di dover essere
degli insegnanti e che invece dovrebbe essere sempre di più degli studenti,
allievi, alunni, o comunque dei soggetti in sviluppo, decriminalizzati,
decolpevolizzati, aiutati col non fare niente e non colla febbre della
creatività. Oggetti d’amore e non di produzione. Qualità e non quantità
dell’imparare. Immaginazione, creatività, spontaneità, espressività non possono
essere imposte e neppure insegnate. Un proverbio tedesco dice che ‘Die rose ist ohne warum, sie blumt weil sie
blumt?’ (la rosa è senza perché, fiorisce perché fiorisce). Dobbiamo sapere
rinunciare alla programmazione e al controllo totali.
Ci sono alcuni autori che negli
ultimi tempi hanno scritto sulla scuola e sulle prospettive dell’educazione,
tra questi J. Bruner, E. Morin, J. Rifkin, e tutti e tre hanno posto l’accento
sul senso di “appartenenza” come una delle finalità della scuola di domani.
Qual è la sua spiegazione sull’importanza del senso di “appartenenza”. È un
segno dei tempi o che altro?
Il senso di
appartenenza è una di quelle cose (processi, non contenuti) che vanno imparate
nella scuola. Forse non è insegnabile, ma solo imparabile. Far parte dello
stesso gioco. L’uscita dai ruoli e l’entrata nel gioco di soggetti-alunni e
soggetti-docenti non so se è un segno dei tempi, certo è indice che qualcosa è
mutato. L’ortodossia non paga più e questo vuol dire che il centro, il
monoteismo culturale, la teologia economica, l’unica, oggettiva e sacra verità
non bastano a garantire l’apprendimento. Se la scuola è il luogo
dell’apprendere, essa è anche il luogo dell’appartenenza, del sentimento di
pluralità, dove l’imparare viene garantito dal “patto” e non dalla sacralità.
Nessun dio, nessuna religione può garantire l’apprendimento, anzi può solo
ostacolarlo. Prometeo, l’Eden, la scomunica mostrano facce di questa opzione
contraria all’apprendimento di ogni sacralità. L’imparare è laico perché non è
mai ortodosso, ma sempre eretico. Chiunque impara lo fa a modo suo e, col suo
modo di apprendere, rischia la scomunica del sapere vigente. Chi impara è
sempre solo e ha bisogno di un patto, di un’appartenenza, di compagni che
proteggano l’eresia dell’apprendere in soggetti che altrimenti rischiano di
essere omologati e normalizzati. Lo sviluppo delle scienze e delle arti dipende
dalla capacità di resistenza dei soggetti-allievi (e dal non-luogo dei
soggetti-docenti) rispetto alla cultura vigente e alla loro naturale tentazione
ortodossa.