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il poeta Attila scrive - di Sandro Di Lorenzo
il poeta Attila scrive
il poeta
Attila scrive alla madre,
ma questa volta
non si ferma, non si blocca -
è già una settimana
che penso solo a te
salivi al piano di sopra
con un carico di bucato,
più pesante di te
più pensante
allora ero sincero e urlavo
urlavo di portare tuo figlio in braccio
su in soffitta
senza guardarmi tu salivi
tu mi ascoltavi
e adesso m'ascolta
il tuo silenzio m'ascolta
e mi riesce a capire,
solo perché giochi e ti nascondi
punto di domanda,
mi rendi una bestia,
in preda all'Amore più feroce
Sandro Di Lorenzo
Sporcare fogli
Rivoltare i calzini / esempi di arte varia / varia come paria / ma anche come spuria / la sensazioni attraverso le corde / il tecnicismo del tempismo / essere come siamo / volentieri ci arrabbiamo / neanche a Natale siamo bene / come se mancasse la canzone / estetismo e politica / il caso Nice / il caso vero/la solitudine di sempre - testimone del tempo - / violentare la storia / accudire il buco / oliarlo per bene / affrettarsi ad affondare le mani / io che sempre non ci sto / come se ci dovessi essere sempre/bisogno di aiuto / aiuto del bisogno / io neanche ero sveglio / eppure tu esisti / contadinotta viva e indecente / ma come mai servi nuda? / crudo o cotto non c'è scampo / lo stampo è concesso / io e l'altro / Melchiorre di Natale / come dire Sara con la "h" / non esiste niente / non c'è / come devo dirlo? / quando ne hai bisogno / ti stanchi / come se fosse... / la vita è bella / bellissima direi / è tutta una ... / vincere e vinceremo / per tutto l'oro del mondo.
Limerick
Certo, avrei voluto nascere più intelligente
Riuscire a far ridere, vivere e stupire tutta la gente
Ma così non ha voluto Dio
E per concludere ci ho messo anche del mio
Così sto qua, a far finta di vivere ma in fondo a far niente.
Poesia inedita di Francesco Di Lorenzo
Trittico
1.
Poi, non ci fu più niente,
solo
un 2016 da sballo, e
ancora
un altro anno tanto atteso
che
forse
già non viene (è impotente).
Le mostruose ferite misurano
solo gli Inutili spazi
bianchi bruciati
e gli ulivi secolari coltivati
per la mente
Al fondo del campo
non si nota alcun senso
o per dire
non ha senso nessun
governo
il caos è una nota
intonata ma
ci sarà pure un limite ad ogni speranza
c’è invece un’aureola in
ogni stanza
manca solo la tua anca
c’è un pernicioso niente
trasparente e insistente
e una luce che viene dal
basso, inesistente.
2.
Qua si smistano container
nel porto dopo l’attesa
finalmente
pieni di roba, coca, armi,
cose
giocattoli rabbiosi, menti
inabissate nel declino
un euro e mezzo per
ogni pezzo che si posa a
terra
così si ingrassano a Gioia
T
veder sfumata la tua
natura
inesistente/trasparente
diafana.
gli ulivi bruciati
le promesse fallite la
morte incombente
il petrolio inutile
neanche uno straccio di
futuro
amaro veleno distillato al
buio
in alambicchi sporchi, di sangue
nelle campagne sperdute
nel nulla presente, sempre
più assente.
3.
La disperazione ti sfida
non c’è scampo, l’inutile
si accende
di nuovi colori, ti
trascina
tracima, si sblocca. Ti
provoca.
ti acclama nuovo re ma
di nulla, di nuove menti
bacate dal
peccato, di vite assoldate
di fiducie
mancate, di norme
sottratte all’amore
alla virtù di essere
ambigui
all’accettare di servire
due padroni
di non essere droni né
pronti né sfranti
soltanto il desiderio che si incontra e si sfrange
ma non mente
nel senso corrente… sa
solo di niente.
COMPOSIZIONI
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https://drive.google.com/open?id=1qdcnf_2GxRTXIGNaY3CWQHuLUYGiONOH
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Inedita
C’è un buco di là
dietro la porta
e vento gelido che soffia tra gli infissi.
C’è nebbia densa e fitta
e sensazioni umane,
strane,
pericolose.
C’è un vuoto di là
dietro la tenda che lo nasconde.
C’è un niente in fondo
che arriva fin qua.
"Era ora!"
Ora che so come consumare il
tempo rimanente
non so se riuscirò a farmene
una ragione.
Di certo forzerò un cassetto
chiuso,
esplorerò una foresta nuova,
aprirò una macelleria (che
chiamerò gioielleria),
darò libero sfogo a metà dei
miei soliti desideri repressi,
a quarti di fantasie malate,
a pezzi di ossessioni
insolenti,
a gruppetti di malattie
inutili,
a qualche incubo ben educato (perché onnipresente)
poi macinerò chilometri e
caffè per incontrarti
al nostro posto, solito e
inaccessibile,
con l’occhiolino del faro
che sorride da lontano,
e quando i nostri volti
contamineranno il nulla,
oltre i riflessi del buio,
finalmente capirò qualcosa.
E ti sentirò dire (sottovoce)
«Era ora!»
Credo
Io credo/credo di credere.
Penso di credere nel signore Dio tuo
e nel signore ‘diobono’, credo certamente
nel perdono e nel condono,
credo nei pensieri, quelli belli, quelli snelli,
credo nel signore degli agnelli
credo pure negli ombrelli,
cerchiati limitati coniugati incatenati,
credo nei modelli,
decuplicati e imbrigliati in quelli malati
di morsi salati, abituati a sentire e mentire,
a morire, credo nello starnutire,
nel tossire,
nelle convulsioni e nelle imprecazioni,
io credo nel male che a volte (non sempre)
ti libera dall’ospedale,
ma, (un momento… senza fretta)
per ora,
io credo (ancora) nella signora quella bionda
che fionda e che incanta, che abita
alla porta accanto,
credo nelle donne chiare, scure e a doppio malto,
credo nello smalto rosso fuoco vivo magenta,
nella benevolenza e nell’indulgenza,
nel bene e nel male, credo
nell’ascensore che sale.
Credo nel male di vivere, di scrivere,
nel sole e nell’agrimensore, nel sesso e nel fesso,
nell’uomo dalla vita spento, quello che non sa
e non mente, e che non vale niente,
credo nei piedi e nelle mani dei sani, credo
nel suicidio e nel litio,
credo nelle visioni, nelle apparizioni,
nell’allegoria e nell’aporia, credo in qualcosa
che ho visto finire. Io credo di mentire.
Lo credo veramente,
lo credo con la mente e se lo spiffero alla gente,
lo faccio per un niente e poi (mica so’ fesso?)
lo faccio pure per me stesso!
Intanto, nel profondo, ti giuro,
non credo neanche in quel muro!
Io non credo affatto (nel fatto), non vedo nelle
soglie
e nelle voglie, non vedo chi sceglie
(né chi le scioglie),
non sento ragioni, non credo nelle prigioni…
in quel muro caduto deceduto, che sta lì muto,
una volta amato e osannato, ora amaro…e perduto.
Non credo nel violino e nel concertino
là sotto improvvisato, né in quelli che battono le
mani,
sempre proni, sempre pronti, sempre
infinitamente tonti.
Magari fossi il mio destino cretino o fossi
‘un’orripilante enciclopedia di cazzate incoglionate’
almeno sarei contento di somigliare all’amata
quella pornodiva maledetta eretica erotica e caotica
che un anno lontano mi prese la mano,
se la portò all’ano e (che
strano), la lasciò cadere lontano,
adombrata e orripilata
abbandonandomi nel bel mezzo della serata…
(che stronza!)…
Poesia sperimentale (inedita)
Isto est le language de l’afasie, de l’apatia.
Hop, ti,
cape,
non sapere, ho voglia de tua. Is è mastite,
e po’ grandi tette e grande fica e grande ballo.
Urca,
cessi e tutto, vanghi, un chiodo, pro in fronte,
A - MARE,
ex cip stalb, urf, ab ub, cuopp e tante artre cose.
Chi fuma la nazionale non è sciovinista.
Ub,
(cioè, non so),
un grande chiodo nel fronte.
Capita!
Capito, ummarinos non so altro,
anche il cammello può passare nel lago.
Quando lo vuole. In, ex. Ma post,
non se sape chiuu’, ubba,
volievo dirti tante cose. Ma mò, no! Eccoci,
(ecc/ci, uffa… che strano ricordo),
ma un altro,
ancora potesse aiutare
anche chi no è stato aiutato manco mai. Potesse,
esse bona,
e te farei vedere le sue cosce, potesse invece
esse stronza e me vedrei le sue stronzate!
Potesse esse, e io la vedrei all’opera. C’è che
ie te voliessi dicere,
(che cazzo mi dichi),
orba de monca, che te po’ me guardi e me dici
co’ le occhiaie cuarcosa, e che ie nun lo capiscie,
e me sfuorzo, e perdo tiempo.
Le occhiaie non parlano. Come potesse esse falso,
ma non è questo il ponto,
come potessi arrivare nel fondo de sto rigo,
senza sforzi, e senza afasie,
che me ne retuors ogni tan, pe’ dicere che io
non sto affatto sbagliando. Eppure,
ce vedo quarcosa in te, che non te lo sapessi spiegare,
et est inotile che dichi altre cose, pote esse vero
ma io non voglio indovinare,
io non lo so più,
ora.
Come se si potesse anche senza volerlo ancora,
senza vedè il fine della storia
e ti puotessi scapizzare senza senzo, e senza
(ecco il filo)
cercare de guardare nello occhio
pe’ sputarci entro
dopo aver raschiato al cannarone e aver empastato
buono in bocca,
e fatta una pasta. Tutta gialla.
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